La prima volta (dopo tanto tempo…)

E’ successo ieri mattina.
Appena uscito dalla doccia, mi sono guardato. Gonfi.
Prima di partire mi dicevo che 3 mesi son pochi e che in Italia, anche se poche volte a dir la verità, mi è capitato di resistere per periodi molto più lunghi.
Niente da fare. Mi guardavano proprio come se volessero dirmi “ci dai una mano o no?”. Allora sono tornato in camera e ho cominciato. Lì però non mi sentivo a mio agio e mi sono spostato in bagno. Non che non mi vergognassi ma volevo vedermi. Volevo vedere la mia faccia mentre lo facevo. Dopo così tanto tempo, sarò sincero, è stata una cosa velocissima e indolore. Non poteva che esser così d’altra parte. L’imbarazzo e la paura che qualcuno entrasse in bagno hanno reso ancora più rapido tutto il processo.
Appena finito mi sentivo sporco. Ed ero sporco. Ho provato con la carta igienica ma non è bastata. Le dita erano tutte appiccicose. Solo dopo essermi lavato con acqua calda, quasi bollente, andava meglio.

Ho deciso comunque. Non succederà più. Non mi lascerò più tentare. Il tempo che manca è poco e posso resistere. Questa volta sì. Ho deciso, non lo farò più per tanto altro tempo.

Poi, a dirla proprio senza giri di parole, sono convinto di non stare per niente bene con il gel.

SIX SIX SIX I’M THINKING SIX

Qualcuno di voi si sarà spaventato leggendo il mio post precedente. Alcuni no. Io faccio parte dei no. Sarà che ho la possibilità di parlare spesso con l’autore.
In questi giorni ho avuto una piccola crisi esistenziale. Ma di quelle davvero piccole. Paragonabile a quelle che si verificano quando, ad un pranzo di matrimonio, si ha già mangiato un sacco ed esce, a sorpresa, un altro dolce che vi piace in modo assurdo e non sapete se osare oppure no. Ok, forse non così piccola come crisi.
Non sono qui per dirvi che si è risolta perché mentirei. I dubbi me li tengo ancora un po’ perché sono comodi e mi aiutano a pensare. Continuo ad avere quasi 28 anni e ad essere nel posto sbagliato ma oggi mi sento abbastanza in pace con me stesso. Comunque, che cosa ha riportato a galla questi miei timori? Riducendo la risposta all’osso, è tutta colpa (o merito) di un cioccolatino, un’ostrica e un piatto di penne panna&funghi.

Un cioccolatino

Se mi trovo qui, vi ricordo, è per lavorare in una ditta che vende lampade e, di conseguenza, per andare i mercoledì in magazzino con Jo.
Questa settimana, invece, ho lavorato 4 giorni ad una fiera, il FOODEX2008, esposizione internazionale di cibarie da tutto il mondo. Non vi spiego come ci son capitato. Ero là comunque, e vendevo cioccolatini in incognito con le sembianze di Gianduja, moderno anti-eroe che, fregandosene delle manifestazioni a favore del mangiar sano, risolve i problemi offrendo piccole bombe caloriche ai passanti. Con il vestito e la maschera ero proprio ridicolo. La fiera è passata e, volendo dare una valutazione dell’esperienza, direi che mi sono pure divertito. Deve esser stato il primo giorno. Avevo appena staccato la spina e fatto entrare in scena l’anti-eroe quando ho guardato lo specchio e l’ho visto: Gianduja mi assomigliava parecchio e mi sono visto vestito come lui a 28 anni, con niente in mano, ridotto ad andare in giro a raccattare spiccioli con lavoretti. Fosse stato vero sarei andato veramente in crisi. Per fortuna non ero io.

Un’ostrica

È ridicolo credere
che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe

è ridicolo
ipotecare il tempo
e lo è altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in più tempi

e più che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall’esistibile,
il solo che si guarda
dall’esistere.

(E.Montale, Satura; Satura II)

Un piatto di penne panna&funghi

Niente di speciale. Solo che a me non piacciono i funghi. E non mi piacciono tutte quelle cose che in bocca fanno lo stesso effetto dei funghi. Ma me le sono mangiate di gusto. Sarà perché Paolo le ha preparate con tanta passione, sarà perché non mangiavo nulla dalla sera prima, sarà perché la scelta era tra quel piatto e una dose a piacere di solido nulla. Sarà che a volte siamo convinti di cose che ormai non sono più valide.

p.s. Il titolo non c’entra assolutamente nulla. Ascolto musica quando scrivo e una canzone dice proprio queste parole.

Qualcosa di me.3 And now, for something completely different

Ho quasi 28 anni.

E questa mattina sto uscendo per andarmi a mettere in maschera e vendere cioccolatini ad una fiera. In un paese straniero.

Vorrei essere a casa. Vorrei fare tutt’altro. Vorrei poterti dire tutto quello che molte volte non riesco a dire nemmeno a me.

Cosa sto facendo?

Libero arbitrio

Ogni tanto credo che il libero arbitrio, il potere decisionale, chiamatelo come vi pare, sia una cosa molto scomoda e, alcune volte, addirittura nociva. Per spiegare la mia teoria userò una parabola. Non è mia. L’ho sentita, la riporto, e molti di voi l’hanno già ascoltata da me o da altri. Sia chiaro che non è biblica e non è un modo velato di criticare o lodare le religioni. Dovessi decidere di farlo, lo farei direttamente senza troppi giri di parole.

Siamo all’inizio della storia. Mondo allo stato primordiale. Tutto in un solo continente enorme concentrato. Per usare un linguaggio giovane, diciamo “Gaia 0.1″. Sistema operativo semplice e abbastanza instabile. Per la versione “Homo Vista” siamo lontani anni luce: ancora troppa poca memoria, hard disk troppo piccolo e, sopratutto, doveva essere ancora inventato il masterizzatore che permette, togliendo una costola dall’originale, di fare una copia per poi riprodurre in modo seriale.

Gaia 0.1 quindi.
Siamo al giorno in cui Dio distribuisce i nomi a tutti gli animali. “Tu, che cammini a 4 zampe, sei così buono da sembrare stupido a volte, e scodinzoli senza alcuna ragione valida apparentemente, verrai chiamato CANE. Così ho deciso. Vai per il mondo e riproduciti in mille razze diverse”. E l’animale che scodinzola, CANE, prende e comincia a gironzolare per Gaia 0.1. “Tu, agile e scattante, un po’ egoista, e con gli occhi vagamente a mandorla, verrai chiamato GATTO. Tu e CANE non andrete tanto d’accordo. Così ho deciso. Vai….”. E GATTO, agile e scattante, salta dentro Gaia 0.1. Va avanti così per un bel po’. Tanto non gli correva dietro nessuno. Sfilano SALAMANDRA, CASTORO, LOMBRICO, ARMADILLO, TOPO e tutti gli altri. Per ognuno frasetta dedicata e obiettivo da realizzare in Gaia 0.1. Finché non arriva all’ultimo animale che, a guardarlo bene, gli è pure venuto maluccio: come quando vi avanza un po’ di pongo, fate una pallotta, ci mettete 4 zampette tozze e con gli avanzi fate il muso. Qui Dio va in crisi. Dopo una giornata intera a dare nomi, insomma, la fantasia e la creatività hanno bisogno di un piccolo break. Ma Lui riesce a risolvere la piccola crisi divinamente e dice: “Tu, che sembri fatto con gli avanzi di pongo, ma mi stai tanto simpatico e sei così carino, avrai un vantaggio rispetto ai tuoi compagni. Andrai per Gaia 0.1 e sarai tu stesso a decidere il tuo nome: la prima parola da te pronunciata diventerà il nome con cui verrai ricordato nei secoli dei secoli”. Allora, io personalmente mi sarei un po’ arrabbiato ma “Pongo”, simpatico e carino, comincia a pensare: “Che figata!!! Non devo assolutamente fare stupidagini!!! Ora me ne andrò per il mondo, mi guardo Gaia 0.1 per bene e quando trovo la cosa più bella che abbia mai visto che mi ispira, deciderò il mio nome e sarà il più meraviglioso del creato!”. “Pongo” quindi prende e comincia a vagare ma sempre attentissimo a non proferir parola: vietato sprecare l’opportunità! E scala monti, attraversa pianure e mari ma non trova niente di niente che gli dia l’idea giusta. Niente di così bello, niente di così meraviglioso da rischiare la parola fatidica. E gira e rigira “Pongo” arriva nel deserto. Cosa inevitabile, si perde senza nessun punto di riferimento. Poverino, avvesse avuto almeno un’infarinatura di astronomia! Ma niente e comincia a vagare senza sosta in cerca di una scappatoia. Sa di rischiare la vita ma l’unico modo per uscire è andare avanti e trovare almeno il nome: nessuno vorrebbe morire ed esser ricordato come “ma dai quello là! quello carino e simpatico ma bruttino. Il pezzo di pongo dai!” Allora vaga. La fame e la sete arrivano inesorabili. A mezzogiorno dell’ennesimo giorno di vagabondaggio, quando il sole picchia cocente, in lontananza tra le dune comincia a distinguere una forma rossastra…si avvicina e la forma acquista particolari e contorni più definiti e pensa “sì non posso sbagliarmi, quello è proprio un frigo della Coca-cola!!!!!” Raccoglie le ultime forze e si mette a correre verso il frigorifero. “sì è proprio un frigo Coca-cola non è un miraggio!!!” Alla fine arriva stanchissimo, non ce la fa proprio più. Se avesse dovuto correre qualche metro in più sarebbe stramazzato al suolo ma finalmente è lì, davanti al frigo rosso, gocciolante di condensa, della Coca-cola. Lo apre e si trova davanti solo e unicamente lattine di Coca-cola. A quel punto, spossato, perde le staffe ed esclama: “E le fante???”

Ecco con questo volevo dimostrarvi che non sempre la possibilità di scelta porta ai risultati sperati. So che, purtroppo, questa parabola può esser usata solo in italiano. Ad esempio, se la memoria non mi tradisce, in inglese elefante non si dice ne “whataboutfantas” ne “wherearefantas” e quindi il messaggio non verrebbe recepito. Forse in francese o altre lingue neolatine ma non sono sicuro.

p.s. Nessun elefante è stato ferito od ucciso durante la pubblicazione di questo post.

Qualcosa di me.2

Credo che le zucchine vadano bene al massimo per decorare i piatti. Non sono cibo.

Mi sono fatto da solo

Giuro che non è un’ammissione di come ho passato la nottata. Non sono ancora a quei livelli.

E’ un proposito. Un sogno. Una cosa che vorrei poter davvero dire un giorno.

E se non ci dovessi riuscire, dirò semplicemente la verità: che sono il frutto, perfetto o imperfetto che sia, dello sforzo di tutte le persone che mi stanno attorno.

La stanza del re

Persone da tutto il mondo riescono a parlare nei loro angoli personali delle più svariate cose. Sesso, calcio, musica. Altri riescono a fare i blog a tema: quello che parla solo della pesca d’altura di balene albine piuttosto di quell’altro che colleziona resistenze da lavatrice. Quelle che se non usi Calfort diventano sale per punizione divina. Io, forse legato all’antiquata idea di blog/diario in cui scrivo di me e delle cose che appartengono, parlo di me. E delle cose che mi appartengono. La mia collezione di resistenze da lavatrice la trovate, se vi interessa, a quest’altro indirizzo: resistenzacontinua.blogspot.com

Qui parlo della mia stanza.

Superato l’androne e percorso il corridoio ci si trova davanti all’entrata in legno della stanza vera e propria. Dopo aver spalancato la porta e abituati gli occhi al flusso di luce che entra dall’ampia finestra che conduce al balcone, si cominciano a distinguere i vari elementi che compongono lo spazio privato da cui vi invio questo mio umile diario. Sul lato sinistro un grande letto, più grande del normale, dove potrebbero tranquillamente alloggiare tutti i componenti di una famiglia. Ok, forse non una famiglia numerosissima. Il letto è coronato da un’ampia testata in legno dai mille ripiani dove ho disposto con la meticolosa cura che mi distingue gli indumenti più intimi e i libri. Ah, come farei senza i miei libri! Ai piedi del letto un pesante tendaggio turchese pigramente si arrampica fino all’asta che corre da una parte all’altra della stanza. Voltando le spalle al letto, gli occhi incontrano un comodo porta-abiti aperto dove camice e giacche si alternano a formare arcobalenanti fantasie. Appena sotto, le mie valigie vuote. Sanno ancora di viaggio ma sono sempre pronte all’imminente partenza verso nuove mete e nuove stanze. Poco sulla sinistra, una lunga scrivania in legno su cui scrivo e dove ho finito per ammassare, giorno dopo giorno, in modo disordinato un orologio, alcune monetine, un quotidiano e altre cose di poco conto. Anche lo spazio più ordinato ha bisogno di un po’ di caos per non risultare claustrofobico, non pensate? Ultimo elemento, non meno importante, una scaffalatura, sempre in legno, che risulta il luogo ideale per conservare perfettamente piegati tutti i miei abiti per il lavoro e il tempo libero. Questa è la mia stanza.

So che il mobilio può sembrare un po’ poco ma sfido qualsiasi architetto, o interior designer che sia, a infilare più roba in un buco di 4.8 metri quadrati!!!!

Blablabla

Ecco lo sapevo. Prima o poi sarebbe successo. Sinceramente speravo succedesse molto più tardi, più avanti nel tempo. Ma è capitato ora e non posso farci quasi nulla. Tutti prima o poi ci troviamo in situazioni simili a quella in cui sono io ora. E molti di noi sanno come uscirne indenni. Come portare a casa la pelle. Come salvare la faccia. Io provo.

Amici, non so che cosa scrivervi. Ecco che il problema arriva e si mostra in tutta la sua grandezza. Sì lo so che potrei snobbarvi e non scrivere nulla. Ma questo blog è gratuito. Io sono italiano. Quale italiano riesce a dire di no a cuor sereno a una cosa gratuita? Anche chi si spaccia per intellettualoide che “no, se non è un filosofo anti-governativo e anti-tradizionalista schierato in prima linea per la tutela e la salvaguardia, nei paesi con governo totalitarista, delle gomme da masticare rotonde, tutte colorate, dubbio aroma fruttato, da distributore a palla modello anni ‘50, no io non lo leggo, no e poi no”, si trova per la strada a raccattare il Leggo, o il corrispondente quotidiano locale gratuito, che per 5 cents/ora persone straniere distribuiscono così gentilmente e come se nulla fosse anche se, intimamente, il loro cuore vola e si coccola nel dolce ricordo di quelle gomme che forse i figli, per colpa di intellettualoidi che ne han fatto una questione internazionale, non potranno più mangiare. Tornando al nocciolo, non posso sprecare una cosa gratuita. Allora oggi vi regalo un po’ di pensieri sparsi.

1. Peter. Avevo dei dubbi sugli americani. Nel senso che avevo ancora un piccolo lumicino di speranza che ci fosse un modo per salvarli dalla dannazione. Il mio simpaticissimo, xenofobo, sessuofobo, misogeno, amante di I’m loving it McDonalds, lettore indipendente della Bibbia “perché il Corano non è un libro e che ca$$o vuoi che ne capisca la chiesa di Roma di cosa è giusto”, guerrafondaio, compagno di appartamento Peter mi ha aiutato a schiarirmi le idee. Ma non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Gli americani canadesi, del centro e del sud america devon esser quasi tutti simpatici.

2.Shampoo. Appena arrivato qui avevo comprato un bottiglione di shampoo formato famiglia convinto di aver risolto il problema per tutta la mia permanenza. Non voglio farla lunga e vi dico subito che è andata male e che ieri ne ho preso uno nuovo. Quello nuovo è color petrolio (devo nasconderlo se no Peter lo ruba) e cola denso sulle mani. Sembra proprio petrolio per quanto ne so io ma per fortuna profuma di buono. A titolo informativo, non costa tanto e se vi capita prendetelo. E’ fatto con qualcosa di termale ma non saprei esser più preciso.

3.Otelma. Prima il mio amico greg in modo del tutto incorporeo mi ha dato una notizia che mi ha sconvolto e che credo modificherò tutti i piani che ho fatto fino ad oggi. Vi ricordate il mago Otelma? Quello orrendo che parla in quarta persona plurale e si crede tipo Dio, se non fosse che si fa i vestiti da Poltrone&Sofà? Ecco lui. Il suo nome è Amleto letto al contrario!!! L’ignoranza a volte! Ora resta solo da scoprire in che squadra giocava Amleto e il quadro è completo.

4.Mercoledì di febbraio in magazzino. Lo so, non dovrei per affermazioni fatte precedentemente. Ma non posso, è più forte di me. Se ne sono andati. Non hanno detto nulla e hanno levato le tende. Per di più lasciandomi con dei tiepidi mercoledì di marzo che, rimanga tra di noi, saranno abbastanza insipidi viste le premesse. Beh sono scosso. La vita, non possiamo farci nulla, è fatta di incontri e di saluti. Aiutano a crescere dicono.

Non avrei saputo dirlo meglio

Vedi mai una stella cadere
E non ricordi cosa desiderare
Non c’è niente dentro me qui a Varanasi
Perchè dentro ci sei tu, la mia Varanasi Baby
Sai che io non penso più a nessuno
Sai che io non voglio più nessuno
Non ho niente dentro finchè dentro tu ci sei
Anche se non ricordo più il sapore che hai Varanasi Baby
Ora so che ogni uomo trova la sua dannazione
Un rettile può cambiar pelle ma non cambia il cuore
Ma soffri solo un pò per poi non soffrire più
Non ho niente dentro, perchè dentro ci sei tu Varanasi Baby
Afterhours

Qualcosa di me

Mi piace un sacco lavarmi i denti mentre mi sto facendo la doccia.